Molto malvolentieri cominciamo questa rubrica che si inserisce direttamente tre le tombe etrusche e il monte fumaiolo (prossime tappe del tour di Uolter Ueltroni). Tutti sapete che il
cultural background di ueltroni - il quale noi tutti di televidio voteremo e sosterremo finchè non ci rientreranno almeno i cinque euri di iscrizione al Partio Democratico - si fonda sulle collezioni di figurine dei calciatori famosi sconosciuti - ma eroici e morti giovini - dei mitici sixties/settanties. Ebbene, siamo noi di televidio entrati in possesso di alcune delle più belle di queste figu, che adesso vi mostriamo a voi lettori inutli e spassionati di questa testata (sui coglioni).
Ecco qua.


Nell'ordine:
ALDOUS MOORE, centrocampista di Maglie (Le) degli anni settanta, tirava sia di destro che di sinistro. Giovane impegnato anche fuori dal campo, ebbe una tremenda sorte: fu accusato di combinare le partite, cercando di accordarsi con gli avversari. Scienziato e sviluppatore delle teorie degli universi paralleli convergenti, morì in circostanze stranissime: ancora oggi si pensa che fu rapito da un gruppo di alieni guidati da Cossiga.
LONG JOHN, attaccante inglese della Lazio e poeta metropolitano. Famoso perchè fu il capitano della Lazio che retrocesse più volte in serie B, ma non si vergognò mai di questo, e anzi i tifosi lo amavano e gli fecero un bellissimo coro che si chiamava "let it B". Morì sparato da un tifoso della Lodigiani.
ERNESTO GUEVARA, attaccante argentino comprato dalla Juventus alla fine degli anni '50, famoso per le bombe da fuori area e l'attacco mordi e fuggi: si nascondeva tra le riserve, in panchina, e quando l'arbitro commetteva un ingiustizia nei confronti della juve, entrava in campo insieme ai panchinari e lo uccideva, catturando i guardalinee. Arrivò a Torino via mare, laureato in medicina, curava egli stesso a mani nude le fratture dei compagni di gioco. Morì durante un contropiede a causa di una trappola meschina inventata da un colonnello sudamericano al soldo degli imperialisti: il colonello era Helenio Herrera, la trappola era il fuorigioco.